
Nella notte di Capodanno viene diffusa una tragica notizia: incendio in un locale in Svizzera morti e feriti tra i ragazzi che festeggiavano nel locale Crans-Montana. E puntale come un orologio si accende la macchina del dolore: quella che si ciba di tutto ciò che fa ascolto sfruttando ingenuità e voglia di apparire.
Molti ragazzi erano in quel locale per festeggiare il Capodanno e sono stati sorpresi da un incendio scoppiato dopo che il soffitto ha preso fuoco. Il giorno dopo è caccia a testimonianze tra i superstiti ancora sotto choc si cerca ovunque i nomi di coloro che purtroppo non ce l’hanno fatta. Poi sono arrivati i nomi accompagnati da giovani volti sereni.
Oggi il giorno del funerale è caccia alla testimonianza del genitore che rilascia a caldo la sua emozione. Ancora una volta il dolore sotto la lente di ingrandimento: prima le immagini dei ragazzi, ora quelle dei genitori rimbalzano come pallina da tennis tra un tg ed un programma di cronaca come se quell’incendio fosse l’unica notizia da trattare.
E tutti si cibano di questa notizia proposta, sviscerata e acclamata quasi come un partita di calcio in cui tutti vogliono conoscere il vincitore. Il processo mediatico ai proprietari del locale è in corso: lavori irregolari, controlli mancati… oggi anche il video della proprietaria che scappa dall’incendio con l’incasso di Crans-Montana. Sembra una brutta serie di Netflix che rasenta l’assurdo. Tutti sono pronti a puntare il dito: genitori irresponsabili, figli assuefatti dai social, incapacità di percepire il pericolo… tutti dimenticano l’empatia e fanno un giro sulla giostra “chi la spara più grossa” tra finto buonismo e anarchico cinismo.